Disclosure day - Steven Spielberg (spoiler alert) recensione psicologica

Claudio Michieli • 23 giugno 2026

Chi sono gli alieni?


Il regista americano a 79 anni ci riporta in sala con il suo “Disclosure day” e ci immerge ancora una volta in una storia che parla dell’incontro fra esseri umani e alieni. Sarebbe, però, inesatto e ingeneroso pensare che il suo sia un film specificamente incentrato su questo tema perché, come nel caso di “Incontri ravvicinati del terzo tipo” o “E.T. l’extra-terrestre”, gli alieni sono il pretesto per parlare d'altro ed è questo - a mio parere - l’intento di Spielberg con questa pellicola. Non sono un critico cinematografico e la mia ovviamente non sarà una recensione tecnica sul film. In quanto psicologo psicoterapeuta e cinefilo, prenderò spunto da alcuni elementi per condividere qualche osservazione di carattere psicologico. Mi pare che Spielberg ci inviti sotto traccia ad una riflessione su diversi temi universali di stringente attualità inerenti l’umano. Alcuni di questo sono: il vero e il falso nella comunicazione, con un esplicito riferimento all’attualità e alla responsabilità delle superpotenze nel determinare e plasmare il pensiero dell'opinione pubblica, la paura e la vulnerabilità umane, la brutalità e - last, but not least - ciò che nel film viene indicato come suo rimedio, ovvero l’empatia. 


Disclosure Day è una pellicola che scalda il cuore e sa parlare alle corde dei nostri sentimenti più intimi e privati, accompagnandoci con gentilezza alla riscoperta del valore dell’empatia e del suo incanto. Il ritmo è incalzante, le scene di azione sono numerose, non ci sono cali di tensione e tutto si gioca sullo scontro fra la volontà dei protagonisti di svelare una grande verità nascosta e il bavaglio che i contendenti cercano di porre contro tale rivelazione, ma, anche se in apparenza questa verità concerne gli alieni, il cuore del messaggio del film mi pare davvero altrove. Se dovessi fare lo sforzo di sintetizzarlo e condensarlo in una sola parola, forse la parola potrebbe essere “legame”. I riferimenti al legame e all’unione sono molteplici. A tratti sono evidenti, a tratti invece indiretti, ma sono facilmente rintracciabili in diversi dettagli del film. In tal senso è impossibile non menzionare la scena emblematica in cui i due protagonisti si tengono per mano impugnando insieme il dispositivo ultra tecnologico degli alieni, una sorta di cilindro a base esagonale. La scelta appare più che mai felice, dal momento che Spielberg decide di assegnare non ad un singolo prescelto, ma ad una coppia (un legame appunto), il ruolo di ponte di collegamento fra le entità superiori e l’umanità. Allo specialista in sicurezza informatica, interpretato dal bravo Josh O’Connor, viene assegnato il dono della conoscenza intuitiva del linguaggio matematico che descrive la struttura e il funzionamento del cosmo, e alla meteorologa televisiva (interpretata da una favolosa Emily Blunt) viene fatto il dono, complementare al primo, della capacità empatica di entrare in risonanza con i sentimenti e i pensieri altrui. La trama si snoda sullo sfondo di un mondo che, come il nostro, è dilaniato dai conflitti e rischia di scivolare nella terza guerra mondiale. 

Che ne fosse consapevole o meno, il regista americano sembra aver rappresentato efficacemente nella combinazione di queste due capacità ciò che si potrebbe definire come il vertice massimo a cui possa giungere una persona in un percorso analitico personale, ovvero l’apertura equilibrata di vie di collegamento fra razionalità ed emotività. In altre parole, c’è differenza fra “capire” in termini razionali e “comprendere”. Siamo esseri umani, non “centri di elaborazione dati” o algoritmi. Certamente siamo capaci di razionalità, e la razionalità usata con saggezza è preziosissima, ma essere in grado di comprendere i nostri stati interni e quelli altrui è altra cosa. Questo implica che, quando siamo piccolissimi, un'altra mente ci aiuti a formare la nostra mente, richiede un tessuto emotivo indispensabile senza il quale non ci possiamo sviluppare come esseri umani sani ed equilibrati. 

Lo scenario globale che Spielberg presenta nel film è, come detto, segnato da conflitti e divisioni, ma nel corso della narrazione assistiamo, al contrario, all'abbattimento delle barriere linguistiche e all’apertura di ponti di collegamento fra le persone per mezzo della capacità acquisita dalla meteorologa televisiva di parlare inconsapevolmente lingue sconosciute. Ogni problema di relazione è anche sempre un problema di comunicazione, ci insegna la psicologia. 


La svolta proposta dal film in questo senso pare molto chiara ed è quella di un salto, per così dire, evolutivo. “Dalla Babele delle lingue alla comunione di intenti”, si potrebbe commentare. Per scomodare un paragone con un altro gigante della cinematografia come Stanley Kubrick, si potrebbe ripensare al salto evolutivo dell'umanità che viene rappresentato in “2001: Odissea nello spazio” ad ogni comparsa del misterioso monolite. Indimenticabile, in tal senso, la sequenza in cui un femore, utilizzato come oggetto contundente e poi gettato in aria da una scimmia antropomorfa in seguito allo scontro con un gruppo rivale, si trasforma con un improvviso balzo temporale in una navicella spaziale in viaggio nel cosmo. Come superare, dunque, la brutalità e la barbarie della guerra? Il grande psicoanalista Wilfred Ruprecht Bion ci insegna che il pensiero è “funzione recente della materia vivente”. Dal punto di vista evolutivo, la corteccia cerebrale si è sviluppata per ultima e infatti, come specie, siamo ancora condizionati e limitati dal nostro cervello rettiliano, di cui parleremo a breve, che governa le funzioni base come il respiro e anche le nostre reazioni di attacco e fuga essenziali per la sopravvivenza. Non a caso, l’umanità è stata in grado di sbarcare sulla Luna, ma non ha mai smesso di farsi la guerra e sappiamo che è proprio in guerra che i soldati regrediscono ad un livello di funzionamento mentale primitivo. Mors tua, vita mea. Devo sopravvivere e per sopravvivere devo uccidere, altrimenti sarò ucciso. Non c'è altro, fine. Mi pare che sia su questo piano che si colloca il suggerimento implicito di Spielberg, che sembra dirci che occorre davvero quel balzo e non è sufficiente il più elevato livello di capacità di astrazione e le più strabilianti capacità cognitive. Se il balzo evolutivo di cui sopra fosse stato compiuto non assisteremmo neppure all'utilizzo distorto e pericoloso degli algoritmi predittivi a scopo di sorveglianza globale e al fine di pratiche commerciali sotterranee a tutto vantaggio di una ristrettissima minoranza di potere, come descritto da Shoshana Zuboff, nel suo testo “Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell'umanità nell'era dei nuovi poteri”. Negli ultimi tempi si è imposta, poi, all’attenzione degli esperti l’imprescindibile necessità di riflessioni sul piano etico, filosofico e psicoanalitico per scongiurare il pericolo di un'implementazione scriteriata dei più avanzati modelli di AI, alcuni dei quali di recente sono risultati altamente appetibili per le forze armate di molte nazioni con l’ovvio obiettivo di ottenere un vantaggio competitivo sui nemici. Ecco nuovamente il cervello rettiliano “in azione”. Quanto siamo ancora vicini alle scimmie antropomorfe di Kubrick!


Il film di Spielberg, con un finale solo in apparenza molto semplice, sembra voler alludere alla possibile via per il superamento delle divisioni e della brutalità. L'ultima battuta della pellicola è: “Ascoltate”. Impossibile a quel punto non risalire sino all'incipit del film, che ha inizio in modo geniale con una sequenza di un combattimento di Wrestling. La direzione tracciata sembra piuttosto chiara: dalla violenza all'ascolto empatico. Che ne è, dunque, in questo quadro desolante dell'empatia umana? Di empatia si è parlato e si parla molto, e in generale si può dare per scontato che per la maggior parte delle persone sia ormai chiaro che si tratta della capacità di percepire e comprendere le emozioni e gli stati d’animo degli altri, “mettendosi nei loro panni”. In termini teorici sarebbe ben difficile contestarne il grande valore. Credo, però, che in una società in gran parte individualista, competitiva, cinica e desolante come quella in cui viviamo, spesso l’empatia venga a conti fatti snobbata e derisa, come se fosse il tratto distintivo degli illusi, dei sognatori destinati a restare indietro, superati di slancio da quanti sappiano farsi predatori insaziabili andando dritti all’obiettivo con avidità. Si tratta del ben noto “non guardare in faccia a nessuno”, non avere scrupoli di sorta e quindi prevaricare. Quando è questa la logica dominante, specialmente nelle stanze del potere, le conseguenze a livello collettivo non possono che essere nefaste. Le abbiamo sotto gli occhi ogni giorno leggendo i giornali o seguendo un TG. Si badi bene, l’empatia non consiste in un generico “vogliamoci bene”. Le neuroscienze negli anni ’90 con la scoperta dei “neuroni specchio” ad opera del gruppo di lavoro di Rizzolatti e Gallese ci hanno aperto gli occhi sulla base biologica dell’empatia. Come scrive Gallese stesso nel suo ultimo libro “Il Sè digitale” edito da Raffaello Cortina, “quando vediamo un altro compiere un gesto, provare dolore o manifestare disgusto, le stesse aree cerebrali che si attivano per compiere quel gesto o quando proviamo quella sensazione o emozione si attivano in noi. Questa attivazione neurale non implica la generazione di un contenuto concettuale, ma una forma di risonanza corporea, radicata nel nostro sistema sensomotorio e affettivo (Gallese, 2003a, 2005)”. Siamo “cablati” per entrare in relazione con l’altro. Tutto questo ha cambiato in modo in cui concepiamo il rapporto fra corpo e mente e anche il modo in cui sono intrecciate percezione e comprensione, mostrando che è attraverso il corpo che entriamo in rapporto con gli altri, attraverso quella che è stata chiamata “simulazione incarnata”. Quest'ultima, come detto, si appoggia al vedere i gesti compiuti da un altro e nel film di Spielberg la centralità della vista e del vedere è assoluta, non solo per la scelta della locandina, in cui viene messo in risalto il dettaglio dell'occhio dei protagonisti, ma anche per il fatto che il vedere si coniuga strettamente con il comprendere. Non a caso anche nel linguaggio comune usiamo spesso espressioni come “cerchiamo di vedere meglio” per intendere “cerchiamo di comprendere meglio”. Tutto questo, però, si intreccia magistralmente anche con un altro dei sotto temi presenti nel film, ossia il grado di verità che siamo capaci di tollerare andando oltre il già noto. Se vedere e comprendere è necessario, va considerato anche che la comprensione e “il vederci chiaro” a volte possono spaventare. Occorre, quindi, procedere con delicatezza, la stessa che ritroviamo nel tocco di Spielberg, il quale ci mostra degli alieni attenti a stemperare agli occhi dei bambini l’impatto con la loro vista, assumendo le sembianze di rassicuranti animali. La scelta stessa degli animali del film appare illuminante e non casuale, in quanto il cervo e il cardinale, in chiave simbolica, rimandano rispettivamente al concetto di rigenerazione ciclica, all’unione fra forze superiori e inferiori, e al concetto di vitalità, spiritualità e connessione con l’aldilà.



Oltre all’empatia, non va trascurato che in Disclosure Day viene mostrata anche un’altra capacità speciale acquisita dalla meteorologa: vediamo, infatti, una “versione avanzata” di quella che tecnicamente in psicologia viene chiamata “funzione riflessiva del Sé”. Si tratta della capacità di farci un'idea della mente dell’altro, immaginando che il comportamento altrui sia direttamente collegato a pensieri, desideri, paure, intenzioni. Se siamo in grado di compiere questa operazione mentale, siamo in grado di andare oltre la constatazione del comportamento manifesto dell'altro e abbiamo la possibilità di "mentalizzare". È quello che riesce a fare la protagonista del film nella scena in cui viene fermata per eccesso di velocità da un agente di polizia molto ruvido nei modi e ad un certo punto palesemente intimidatorio nei suoi confronti. Nella scena ha luogo uno switch netto nel momento in cui la donna riesce a cogliere intuitivamente che l’agente di polizia è così rude in quanto profondamente turbato da un dissidio di ordine familiare verificatosi poco prima. Comunicandogli con estrema dolcezza la sua profonda comprensione di quanto ha appena vissuto, ottiene un effetto pressoché immediato: la mimica dell’uomo cambia all'istante e si ammorbidisce. La sua espressione ovviamente tradisce anche profondo stupore e l’interazione assume una direzione del tutto diversa. In una scena successiva del terzo atto del film, in cui i due si incontrano nuovamente per un istante, assistiamo ad una manifestazione di profonda gratitudine dell’agente nei suoi confronti, unita al suo tentativo implicito di restituirle in qualche modo quanto di buono ricevuto. In ambito psicoanalitico, Melanie Klein ha definito il sentimento di gratitudine come l'espressione più evidente della capacità di amare. Non possiamo e non dobbiamo dimenticare che il nostro passato filogenetico ci appartiene e definisce nel profondo ciò che siamo, ossia parenti lontani dei primi ominidi. Condividiamo tutti alcuni bisogni di base fondamentali, il primo dei quali è il bisogno di sicurezza. Harry Harlow negli anni ’50 con il suo esperimento (clicca qui per il video) mostrò chiaramente che il bisogno di sicurezza, affetto, contatto fisico e conforto supera persino il bisogno di nutrimento. I cuccioli di Macacus Rhesus venivano separati dalle loro madri biologiche e inseriti in una gabbia con due manichini con funzione di surrogati di madre: uno metallico, in filo di ferro, in grado di fornire il latte tramite un biberon e un altro rivestito in morbida stoffa, ma non attrezzato di biberon. I cuccioli passarono la maggior parte del tempo a contatto con il secondo manichino, ricorrendo al primo dei due per nutrirsi solo per lo stretto necessario. Ecco, la nostra mente prende forma nelle primissime fasi di sviluppo e, se i nostri bisogni fondamentali non vengono soddisfatti a sufficienza, la nostra mente si ammala. Strutture mentali che dovrebbero svilupparsi non si sviluppano. Conoscere la condizione di profonda vulnerabilità che ci caratterizza nel momento in cui veniamo al mondo e, per un lungo arco di tempo, ci rende dipendenti dalle attenzioni premurose di chi si prende cura di noi, può essere una delle vie attraverso cui mantenere viva una posizione mentale ed emotiva genuinamente rispettosa e appunto empatica verso gli altri. 

“Disclosure day” sembra essere un caloroso invito a riflettere sull’uomo. I veri alieni non sono i visitatori provenienti da un altro pianeta, ma i nostri simili, e lo sono ogni qualvolta per paura dell'incontro con quanti non conosciamo, provenienti da un misterioso altrove, ci rintaniamo spaventati dietro a barriere e muri, muri che - come cantava Roger Waters - sono prima di tutto muri mentali. D’altro canto, etimologicamente parlando, la parola “alieno” deriva dal latino “alienus”, che a sua volta trae origine da “alius”, che significa “altro”.

Come fare, dunque, per non diventare un mondo “alienato”? 

Non penso esistano soluzioni magiche, ma forse un modo è recuperare il toccante e ancora attualissimo “discorso all’umanità" di Charlie Chaplin nel suo film "Il grande dittatore” del 1940. Eccone un frammento: “La cupidigia ha avvelenato i nostri cuori, ha sbarrato il mondo con l'odio, ci ha fatto marciare col passo dell'oca verso la miseria e il sangue. Abbiamo aumentato la velocità, ma ci siamo chiusi in noi stessi. Le macchine che danno l'abbondanza ci hanno lasciati nel bisogno. La nostra conoscenza ci ha resi cinici; l'intelligenza duri e spietati. Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine abbiamo bisogno di umanità. Più che d'intelligenza abbiamo bisogno di dolcezza e di bontà. Senza queste qualità la vita è violenta e tutto è perduto”.




 


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