Andre Agassi e il suo segreto

Claudio Michieli • 5 maggio 2026

Quando la vergogna ti domina


Parigi, 10 giugno 1990. Finale del Roland Garros. Il ventenne Andre Agassi, talento cristallino, stella del tennis mondiale, è il grande favorito contro Andrés Gómez, giocatore a fine carriera. Il risultato sembra scontato, ma non è così. Nessuno lo sa, ma Agassi ha un solo pensiero. In cuor suo incrocia le dita affinché durante la partita non gli cada a terra il parrucchino. Il giovane talento statunitense, infatti, ha un problema di calvizie incipiente e lo maschera con un parrucchino in veri capelli umani, che però la sera prima si è gravemente sfaldato costringendolo a rimediare per quanto possibile con una ventina di forcine recuperate in fretta e furia.


Può sembrare un aneddoto bizzarro, invece è una delle lezioni di psicologia più profonde dello sport moderno. Quella finale Agassi la perse, non contro l'avversario Andrés Gómez, ma - potremmo dire - contro la sua stessa vergogna.



Il dramma personale dietro l'immagine: "L'immagine è tutto"


All'epoca, Agassi era l'icona della Canon e del famoso slogan "Image is everything". Capelli lunghi, colori fluo e un'aura di invincibilità. L’esatto opposto di quello che i fans avrebbero potuto scoprire, se in campo qualcosa fosse andato storto. Avrebbero visto un uomo imperfetto, vulnerabile. Agassi scese in campo terrorizzato. Ogni scatto, ogni colpo era frenato dalla paura che il mondo scoprisse la sua calvizie. La paura di essere "smascherato" fu più forte della voglia di vincere.



Cos'è davvero la vergogna?


Per brevità, semplificando molto, possiamo dire che la vergogna non nasce da ciò che facciamo, ma da ciò che siamo e temiamo di mostrare. Mentre il senso di colpa riguarda un'azione sbagliata, la vergogna colpisce la nostra identità: ci fa sentire "sbagliati" come persone.

Come spiegato dal tennista anni dopo nella sua autobiografia Open, il problema in sostanza non era perdere la partita, ma perdere la faccia. La vergogna ha bisogno di un pubblico: temiamo lo sguardo degli altri perché pensiamo che, vedendo le nostre imperfezioni, ci disprezzeranno.



La dittatura della perfezione sui Social Media


Oggi viviamo tutti un po' come l'Agassi del 1990. Su Instagram e TikTok cerchiamo di proiettare un’immagine di vita perfetta:

  • Filtri per nascondere i difetti
  • Inquadrature studiate per mostrare solo il successo
  • Editing costante della nostra vita

Questo controllo totale, però, ci rende fragili. Creiamo un divario enorme tra chi mostriamo di essere e chi siamo davvero nel privato. È il tema delle "maschere" di Pirandello: a forza di indossarne una, finiamo per dimenticare il nostro vero volto.

Come osserva B. Kilborne nel suo testo “Persone che scompaiono”: Proprio come l'idea di «grazia» indica il sentire che Dio approva quello che vede, il concetto di «disgrazia» indica un sentimento di disapprovazione, il sentire che gli altri - che hanno visto come ci siamo disonorati - ci stanno guardando con disprezzo e spregio." 

La vergogna è così, quando ci vergogniamo vorremmo solo scomparire alla vista di chiunque.



Come superare la vergogna e vivere meglio


La svolta per Agassi arrivò quando decise di radersi completamente la testa. Accettando la sua vulnerabilità, si liberò di un peso enorme.

Per superare la vergogna, la psicologia suggerisce alcuni passi fondamentali:


  1. Accettare l'imperfezione: smettere di rincorrere un ideale di perfezione inesistente.
  2. Condividere la fragilità: parlare delle proprie paure toglie potere alla vergogna.
  3. Coltivare l'autenticità: come scrive lo psicoanalista Roberto Goisis, mostrare chi siamo è più importante di ciò che possediamo.


Conclusione

Essere vulnerabili non significa essere deboli, ma essere umani. Solo quando smettiamo di preoccuparci del "parrucchino" che stiamo cercando di tenere su con le mollette, possiamo giocare al meglio la nostra partita più importante: quella con noi stessi.




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